L’animo in sospeso

di Erika Carta


[…] in tutte le occasioni mi accompagna questa incostanza di senno. … Temo di scivolare giù a poco a poco o, cosa più preoccupante, di essere sempre in bilico come chi sta per cadere. […]
[…] Ti prego dunque, se hai un qualche rimedio con cui possa por fine a questo mio fluttuare, di ritenermi degno di dovere a te la mia tranquillità. Che non siano pericolosi questi moti dell’animo e che non portino con sé nessun vero sconvolgimento lo so; per esprimerti ciò di cui mi lamento con una similitudine appropriata, non sono tormentato da una tempesta, ma dal mal di mare: toglimi dunque questo malessere, quale che sia, e vieni in aiuto di un naufrago che ancora tribola già in vista della terraferma. […]


In De tranquillitate (La tranquillità dell’animo), Anneo Sereno sceglie queste parole per confessare al suo Maestro, Seneca, lo stato di disagio, inquietudine e perenne insoddisfazione in cui versa il suo animo.
Le immagino come borbottii di un uomo agitato e stanco, così come lo interpreta Gianfranco Lotito nella sua introduzione al libro: un navigante a bordo di una barca che già in vista della terra continui a oscillare. La burrasca è caduta ma la calma non regna ancora.
Pensando a libri che raccontano viaggi, soprattutto viaggi per mare, me ne sono venuti in mente diversi, tra quelli che per bisogno personale, qualche volta all’anno, ho letto.
Simenon, Izzo, Martel, Cunningham, Clyde Lewis, Dumas. Per dirne alcuni.
L’immaginario che ho creato nel tempo, grazie a questo genere di letture, mi restituisce pagine di porti affollati, dagli odori forti. Il cordame umido, rigido di salsedine, il pesce, il gasolio. Mi porta in tempi in cui le navi arrivavano cariche di tessuti, spezie, barili di vino.
Mi trascina in mare aperto, placido o tempestoso; nella vita a bordo con il cielo nuvolo o stellato a far da tetto; gli elementi di questa natura come unici compagni di viaggio.
Penso a partenze e arrivi, in luoghi fisici.
Come descriverli, però? Quali parole scegliere per mettere a punto le riflessioni e le sensazioni che si muovono attorno a questo concetto di viaggio?
Poco tempo fa, invece, sono come… inciampata sul libro di Seneca, “La tranquillità dell’animo”.
Pura casualità o misterioso richiamo, poco importa: vale tutto, quando si parla di libri.
Ho scoperto così una prospettiva differente. Sebbene anche tra le righe delle letture sopracitate la narrazione si sposti dalla natura all’uomo, analizzando entrambi nella dimensione del movimento, in questo libro il cuore che pulsa, occupando per intero il focus dell’attenzione, è lo spazio interiore dell’uomo fermo. Apparentemente fermo.
In verità, a recare inquietudine è l’esatto l’opposto, ovvero questa continua e snervante sensazione di moto, la costante ricerca di un approdo al quale sembra di non giungere mai.
[…] Quando qualcosa colpisce il mio animo non avvezzo a essere urtato, quando mi si presenta qualche situazione spiacevole, come ce ne sono molte nella vita di ognuno, […] e, come succede anche ai greggi stanchi, torno più velocemente verso casa. Mi piace chiudere la vita tra le sue pareti […] Ma non appena una lettura più impegnativa mi innalza l’animo e nobili esempi fanno sentire il loro stimolo, mi piace corrermene nel foro, prestare ad uno la mia voce, a un altro il mio aiuto, che, anche se non sarà di alcuna utilità, tuttavia cercherà di esserlo […]
Tutto questo mi sembra più che mai attuale, specie riferito alla mia generazione, nell’epoca dei dualismi imposti: solitudine-compagnia, velocità-lentezza, connessione-isolamento, visibilità-invisibilità, autenticità-performance, libertà-controllo.
Nel nostro piccolo siamo stati ignorantemente abituati agli estremi, a non lasciare il conosciuto per l’ignoto, a contrastare con inutile coerenza i cambiamenti, a viaggiare per necessità o fuga e non per esplorare, nonostante le storie, contrarie al senso comune, ci abbiano insegnato a sognare proprio questo.
Ci è stato detto di temere le tempeste e con questo timore, di nasconderci o sfidarle, così che quando arrivano ci travolgono perché non abbiamo idea di come, semplicemente, attraversarle.
Ed è così che noi stessi diventiamo tempesta e quando questa si esaurisce, perché… ogni onda prima o poi si abbassa, ogni nuvola si dirada, noi rimaniamo in uno stato tumultuoso di allerta, prede di una paura perenne.
Seneca prova a insegnarci la moderazione, o, come dice la mia amica psicoterapeuta, “regolare il volume delle emozioni.” Il che sottende un profondo e multifasico lavoro su sé stessi. Dapprima il distacco, compreso quello complicato dal proprio corpo, e l’osservazione del mondo esterno; poi il ritorno in esso con un’autoconsapevolezza nuova, dinamica, che ci spinge a vederlo riconoscendone il movimento che, udite udite: prescinde da noi!
Da questa prospettiva, tutto ciò, ai miei occhi, assume i connotati di un vero e proprio viaggio e uno dei più chiarificatori, peraltro, perché mi rimanda sì ancora la semplice immagine di un navigante nel vascello che procede con fermezza in mezzo al mare, questa volta, intento a manovrare non la tempesta ma il timone tra le proprie mani.

Erika Carta scrittrice e blogger, è nata e vive a Iglesias. Ha partecipato a diverse antologie e raccolte di racconti. Nel 2017 ha vinto il primo premio al concorso letterario “Donne al traguardo”.
Per Argonautilus ha fondato e coordina cinque circoli letterari.