(un reportage)
di Roberto Mandracchia
0. Invocazione alle Muse per portare a casa il reportage dalla Sardegna
Muse, aiutatemi. Grazie.
1. Primo giorno: 22 aprile
Qualcuno che non sia io in un posto che non sia questo, scriveva José Saramago, ed è una buona regola per scrivere che seguo sempre. Soltanto che stavolta non posso perché ho risposto di sì quando mi hanno chiesto di scrivere un reportage dei quattro giorni della Fiera del libro di Iglesias. Ma non prenderei come oro colato tutto quello che leggerete perché soltanto quando mancavano tre quarti d’ora al volo per la Sardegna, una volta all’aeroporto di Catania, mi sono accorto di aver dimenticato a casa gli occhiali da vista. Avevo preso un appunto riguardo all’abilità di condurre interviste di Truman Capote che non prendeva mai appunti e non usava il registratore, teneva a mente tutto quello che sentiva in modo da far abbassare le difese all’intervistato che, in effetti, finiva sempre per cascare nella trappola con entrambi i piedi e poi si mangiava le mani, ma non penso che un uomo miope che non usa gli occhiali possa abbassare le difese degli eventi che affronterà.
Nonostante ciò, cominciamo.
1.1 Un biellese a Iglesias
Iglesias è una cittadina di venticinquemila abitanti che è come tutte le cittadine di venticinquemila abitanti: una serie di piazze, delle strade principali e delle stradine secondarie che in realtà sono dei vicoli, delle chiese, delle mura antiche, un monumento ai caduti e un mercato civico. Ma in una delle piazze, la più grande, svetta il monumento a Quintino Sella, che era di Biella. E perché mai nella terra della fregola e dei culurgiones c’è il mezzobusto di un biellese? La risposta, come per tutti i monumenti, si collega al passato: Iglesias si trova nel settore sud-occidentale della Sardegna, nella regione del Sulcis-Iglesiente, terra di miniere di carbone, piombo, zinco e ferro, oggi riconvertite a musei sull’arte mineraria e a testimonianze di storia collettiva (lo stesso destino della maggior parte delle miniere della mia provincia, Agrigento, e in generale della Sicilia).
Non tutte le cittadine di venticinquemila abitanti, in effetti, hanno un Istituto Minerario (voluto da Quintino Sella, eccolo qui, appena dieci anni dopo l’Unità d’Italia) che adesso è in parte museo e in parte una scuola con indirizzi differenti da quello originario, ma che all’interno ospita ancora la galleria che usavano per simulare i lavori nei giacimenti.
Ma adesso che non ci sono più le miniere cosa si sono inventati gli iglesienti?
I musei sulle miniere, ovvio, e le fiere dove invitano scrittori, editori, librai e altre anime disperatamente allegre di quel genere. E io unisco questi due mondi con la mia miopia tenuta a bada dagli occhiali da sole graduati e con i pensieri che vanno a quel ragazzino coi capelli rossi e gli occhiacci grigi che ancora vaga e vaga laggiù, sperso nei cunicoli della cava come tutti noi.
1.2 Dove vanno le case dei nonni quando il lago gela?
Del primo giorno non ho granché da scrivere perché siamo arrivati che le prime attività (poche, carburazione lenta) sono già avvenute, io ho dimenticato anche il mio giubbotto (ne compro uno al volo nel primo negozio di Iglesias disponibile) e poi ci si sistema nei vari b&b sparsi per il centro (l’Italia, da un decennio a questa parte, è una repubblica più o meno democratica fondata sul bed and breakfast). E poi la cena che, a mio modesto parere e forse per una mia tara sicana, assieme alle colazioni al bar, è il momento-perno di quello che avviene durante la Fiera del libro di Iglesias (l’Italia è fondata sui b&b, ma da sempre sul mangiare) perché è in quelle ore che, tra un bicchiere di vino o una birra alla spina o un caffè e tra un hamburger di pecora o un piatto di malloreddus o delle pardulas, si fanno nuove amicizie o si rinsaldano quelle vecchie con i relativi aggiornamenti (nuovi figli o figli adolescenti che escono dalle chat di famiglia, trasferimenti di sede, come si dice questo nel vostro dialetto, come ti trovi con il tuo agente, presentazioni ben riuscite e presentazioni fallimentari, che libri hai letto e ti sono piaciuti). Il sale della vita.
1.3 A proposito di presentazioni fallimentari
Mentre sorseggio uno spritz al Cynar (nuova fissazione; si ringrazia il collega di scuola veneto), mi raccontano di questa presentazione di un libro: “C’eravamo soltanto io, l’autore e, come pubblico, questo ragazzino sui quindici anni che nessuno dei due conosceva e che per tutta la presentazione non ha spiccicato parola; quando abbiamo finito si è avvicinato a noi e ci ha chiesto: Adesso posso andare?”
2. Secondo giorno: 23 aprile
La Fiera del libro di Iglesias quest’anno, il 2025, giunge alla sua decima edizione. Un bel traguardo quello raggiunto dalle persone che fanno parte dell’associazione culturale ArgoNautilus con il patrocinio del Comune di Iglesias, della Fondazione di Sardegna e della Regione Sardegna (una cosa notevole per chi viene come me da una città i cui amministratori risultano spesso abbastanza sordi nel contribuire alla nascita, e soprattutto al perseverare, degli eventi di questo tipo). Presentazioni di libri, tavole rotonde tecniche, laboratori per le scuole e mostre tematiche.
E un percorso letterario per le strade di Iglesias.
Che faccio, arrivando in ritardo per colpa della colazione prolungata ai tavoli del bar di piazza Pichi.
Le guide di Iglesias Turismo e le lettrici di ArgoCircolo Letterario conducono il gruppetto del quale faccio parte su e giù per la città leggendo passi di scrittrici e scrittori e così scopro varie cose che mai avrei sospettato, pur essendo la seconda volta che vengo ospite alla Fiera.
La prima è che le mura antiche delle città di venticinquemila abitanti nel caso di Iglesias sono mura medioevali pisane e il castello che la sorveglia dall’alto è stato voluto dal Conte Ugolino della Gherardesca, avete presente? “La bocca sollevò dal fiero pasto” e “Poscia, più che ’l dolor, poté ’l digiuno” (l’Italia è fondata sul mangiare; a volte persino i figli). Proprio lui, quello della Comedìa di Dante.
La seconda è che scopro un legame fra Luigi Pirandello e Iglesias. Nel capitolo V de I vecchi e i giovani il mio concittadino cita Iglesias parlando di un personaggio: “Il Governo gli diede il posto nel Corpo degli ingegneri minerarii, e lo mandò in Sardegna, a Iglesias, dove ci fece un lavoro tutto colorato su una montagna… Sarrubbas… non so… ah, Sarrabus, già, dico bene, Sarrabus (parlano turco, in Sardegna), un lavoro che fa restare, sorella mia, allocchiti”. E del resto chissà quanti Ciàula sardi avranno scoperto la luna. Ma Pirandello aveva anche ragioni biografiche che lo legavano a questa cittadina perché vi aveva vissuto per cinque anni la sorella col marito ingegnere minerario e quindi esiste un carteggio epistolare in cui il futuro premio Nobel definisce la Sardegna “isola dell’oblio” (in effetti poco prima mi stavo scordando del percorso letterario da fare) e mostra di conoscere bene Iglesias e la sua fontana del Maimone e il vento che vi si insinua fra le strade [Lettere giovanili da Palermo e da Roma (1886-1889)].
La terza è, appunto, la fontana del Maimone (o Mamone), una divinità della mitologia nuragica legata all’acqua e alla pioggia. La sua statua domina la fontana che si trova nella bella piazza Lamarmora, crocicchio di vie principali. Per descrivere come appare Maimone e cosa rappresentava per gli iglesienti di un tempo (e forse ancora oggi) mi affiderò alle parole della scrittrice Grazia Sanna Serra e del suo libro I sudditi del dio rosso: “era il dio della beffa; era conquista e terrore, odio e carnalità, schiavitù e liberazione. Voleva dire anche trionfo, sconfitta e derisione: si prestava a tutto (…) nel suo volto singolare poco si scorgeva di umano. Alla base del naso corto e troppo largo si aprivano due narici da scimmia, la bocca pareva essere stata appiccicata lì in un secondo momento, quando la statua era ormai finita (…) due labbra prominenti e arrotondate come ventose (…) occhi globosi e ravvicinati, dalla sclera liscia, e siccome in essi non era cenno alcuno di pupille, pareva guardare tutti e nessuno, ridere o piangere a seconda di chi lo guardava e di come lo si voleva guardare. Le gambe corte, dalle ginocchia tozze e nerborute (…) in quella figura (…) c’era qualcosa di non finito, come se la mano che l’aveva sbozzata si fosse fermata a metà dell’opera, impaurita dall’entità misteriosa che aveva sentito vivere nella pietra” e cosa ne pensavano gli abitanti? “asserivano di aver veduto muoversi la statua (…) di averla udita singhiozzare o sospirare, o ridere o piangere (…) era l’arma della beffa: beffa per gli oppressori ruzzolati dai loro sgabelli, per gli impostori sbugiardati, per gli imbroglioni scoperti, per le coniugate infedeli, per i poveri camuffati da ricchi, per i nuovi arricchiti camuffati da gentiluomini, per gli apostati e gli spretati (…) per i bambini voleva dire paura (…) per i brutti era spesso dileggio e per le gravide l’orrido da non guardare… e la maggior parte di queste, fin dal terzo mese di gravidanza, gli passava accanto solo per attingere alla fontana, senza mai guardarlo, a tracciare innumerevoli segni di croce in mezzo al ventre duro. Molte fra le donne in attesa, poi, rinunciavano ad attingere alla fontana sopra cui troneggiava Mamone e compivano così più passi al fine di evitarla fino al tempo del parto, andando ad attingerla ad un’altra. Di molti storpi e ciechi e gobbi si diceva che le madri avessero guardato l’idolo quando ne erano incinte. Per ognuno, quella singolare figura, era lo specchio del proprio modo d’essere, dei propri nascosti desideri, delle proprie inconfessate aspirazioni, e di ogni brama buona e cattiva”.

Un’altra cosa che ho scoperto merita, invece, un capitoletto a parte.
2.1 Efis Collu o Efisio Collu
In realtà nasce per un equivoco, ma chi siamo noi per sindacare sempre su tutto. La storia che parte dal percorso letterario è quella di un poeta dialettale iglesiente di nome Efis Collu e si incastona per sempre nella nostra memoria per questo dettaglio della sua vita: per quindici anni lavora come professore di Lettere e poi abbandona l’insegnamento e si mette a fare il minatore. Chi sa che faccio il professore di Lettere si volta a fissarmi con un sorrisetto e da qui (l’equivoco è che non era mica Efis Collu ad averlo fatto, ma un altro poeta legato a Iglesias che si chiama Manlio Massole, come scopriamo giorni dopo; troppo tardi per tornare indietro davvero) il povero Collu diventa un mito e un tormentone che parte da questo nucleo di ospiti siciliani e si diffonde a macchia d’olio a chiunque ci capiti a tiro (perdonate davvero il mio campanilismo, ma sono convinto che i siciliani abbiano questa dote: sono un wi-fi vivente di leggende irresistibili basate più o meno sul nulla).
2.2 Rispondere a nome d’uomo
Per scusarmi con Manlio Massole, metto qui una sua bellissima poesia che spiega bene perché aveva preferito lavorare in miniera invece di insegnare. Si intitola Pelle di mulo e fa:
Ho preso la croce
della mia gente in croce
Ora anch’io ho lo sguardo
del mulo imbrigliato.
Otto ore serviamo da servi
otto ore imbestiati in pelle di mulo.
Gli uomini son loro, i padroni del mondo.
Ma non è un segreto
che prepariamo lotte e vittorie
per bruciare tutte le pelli di mulo.
Ad uno ad uno tutti gli uomini
risponderanno a nome d’uomo.
Ho sentito sulla schiena
la bastonata che fa ribelli:
se imparo la calda vernaccia tra gli amici
nessuno dirà più: è quello
che ha la casa piena di libri.
2.3 Mater semper certa est
Forse ho fissato troppo a lungo la statua di Maimone, prima, perché al ritorno in piazza Pichi da un’intervista in radio, sia gli organizzatori che gli ospiti mi fanno: “Oh, vedi che ti cerca una signora, chiede espressamente di te, ci sta facendo impazzire!” E io mi dico in testa mia: Uh, una lettrice così appassionata, che bello. Dopo qualche minuto, Maurizio di ArgoNautilus conduce a me una signora anziana che, appena mi indicano, s’illumina tutta in viso esclamando: “Oh, Roberto Mandracchia! finalmente! Lasciati abbracciare! (e ci abbracciamo, io che mi chino perché lei con la testa arriva poco sopra il mio ombelico, sotto lo sguardo divertito degli altri) Una mia cara amica mi ha detto che dovevo venirti a sentire presentare e anche di abbracciarti! Roberto Mandracchia!” Le chiedo chi è questa sua cara amica, anche per frenare tutto questo entusiasmo che mi imbarazza. La risposta è: “Non la conosci, ma è un’amica di tua madre, tua madre (e qui dice il nome che per riservatezza non scriverò e che comunque non corrisponde né nel nome né nel cognome a quello di mia madre)!” Fisso la signora e le dico che mia madre non si chiama così e che sui padri ancora ancora si potrebbero aprire spiragli, ma sulle madri proprio no. La mia risposta la annichilisce, lo capisco dai suoi occhi e dalla sua bocca e dalla sua postura. Ma prova anche a salvare il salvabile insistendo, s’accanisce, tanto che sono quasi tentato dal darle ragione e vedere dove mi condurrà questa scena a metà fra Plauto e una telenovela turca, ma lei ritorna sui suoi passi, mi chiede scusa per avermi abbracciato e io le dico che non c’è nessun problema e rilancio pure: Resti lo stesso per la presentazione! E lei prima si allontana per parlare in modo agitato al telefonino con qualcuno (cazziare l’amica? informare le forze dell’ordine? sfogarsi con la psicoterapeuta?) e poi torna e rimane per seguire la presentazione, ma non mi rivolgerà più la parola e, mentre mi perdo nel flusso delle dediche pensando che sono proprio curioso di capire com’è stato possibile tutto quello, la signora scompare. E forse, nella piazza più giù, Maimone inarca quella sua bocca come appiccicata al resto di sé.
2.4 Ufficio Occupazione Suolo Letterario
Lo scrittore Gaetano Savatteri, autore di vari libri fra i quali quelli della fortunata serie gialla ambientata a Màkari, ha la stazza e i movimenti di un orso, ma è un orso bonario che ti spara a raffiche storie divertenti e pensieri mai banali. È stato un piacere incontrarlo a Iglesias e passare del tempo in sua compagnia. La storia più divertente la racconta durante la presentazione dentro il Teatro Electra, quella di lui alla prese con un fantomatico Ufficio Occupazione Suolo Letterario legato all’Assessorato Regionale ai Beni Culturali per trovare finalmente una porzione di Sicilia che non sia stata sfruttata da qualche scrittore (Palermo, Catania, Messina, Agrigento, Chiaramonte Gulfi, Comiso, Acitrezza, per dirne solo alcune, già tutte prese da grandi e piccoli nomi della letteratura) e, aiutato da una signora armata di mappa dell’isola, trova questo piccolo borgo marinaro di nome Màkari, una frazione di San Vito Lo Capo, con nessuna bandierina sopra e lì decide di ambientare le sue storie.
A margine, ne racconta subito un’altra, stavolta vera, in risposta alla domanda se la letteratura è in grado di cambiare qualcosa realmente, di avere degli effetti pratici: “Durante una presentazione dei miei gialli, una signora mi disse: Io sono molto contenta che lei ha fatto questi libri, ho visto pure la fiction, però c’è un problema perché io a Màkari ci vado da vent’anni e l’ombrellone mi costava cinque euro e, da quando hanno fatto questa fiction, mi costa nove euro. Allora provo a rispondere: Signora, mi dispiace, ma che c’entro io. Eh, fa la signora scettica, sì, non c’entra lei, non c’entra, vero? in qualche cosa lei c’entra pure! Giustamente la signora s’era ormai convinta che di quei quattro euro in più, uno andava a me”.
3. Terzo giorno: 24 aprile
Era il giorno in cui avrebbe dovuto presentare il suo libro la traduttrice Ilide Carmignani, ma poi l’evento è saltato con sommo dispiacere mio e di tutti gli altri. Avevo anche annotato sul mio taccuino due domande che le avrei posto (magari mi risponderà leggendo questo reportage o se qualcuno che ha della confidenza con lei gliele riporterà, chissà): Qual è la parola che più le ha fatto penare nel tradurre Cent’anni di solitudine e perché? E nel tradurre I detective selvaggi?
Inutile dirvi che sono due dei romanzi che hanno spostato il mio baricentro di lettore.
3.1 Expecto Patronum (il giorno dedicato anche a Harry Potter)
Mentre viviamo in una società tendenzialmente forcaiola che fatica spesso a distinguere l’autore dall’opera, per tutto il giorno gli altoparlanti in giro per la città diffondono la colonna sonora dei film di Harry Potter, le vetrine dei negozi del centro sono addobbate come se fosse natale e il natale fosse Harry Potter (hanno persino una doppia insegna con riferimenti al mondo creato dalla Rowling) e moltissimi (bambini, ragazzini e adulti) sono travestiti da personaggi di Harry Potter. Una struttura permette ai telefonini di ruotare intorno ai bambini vestiti da Harry o Ron o Hermione a cavalcioni di una scopa e nel mentre scattare foto a raffica, ma si può avere una foto anche con il binario 9 ¾, sulla motocicletta con sidecar di Hagrid (con lui presente) e sulla Ford Anglia volante.
Una cosa da fuori di testa e del resto cos’è la narrativa se non una stupenda cosa da fuori di testa?

3.2 Il vuoto ad ogni gradino
Chissà perché mi accorgo soltanto adesso che la porta del mio b&b affaccia direttamente sulla fontana del Maimone, il quale mi vede passare e spassare già da tre giorni, e pur non essendo superstizioso penso a lui quando, nella controra, mi stendo sul letto e schiaccio i miei occhiali da sole storcendo in modo terribile una delle due aste. In pratica, col mio rifuggire dalle lenti a contatto, mi ritrovo totalmente in balìa della miopia.
3.3 Shantih shantih shantih
Aspetto che si faccia l’orario in cui apre l’ottica più vicina cercata su Google Maps, gli altoparlanti per le vie trasmettono un crescendo potteriano, consegno i miei occhiali tutti storti all’ottico e penso che l’operazione di restauro rubi poco tempo: un giro di vite qui, un altro lì ed ecco a lei come nuovi. Non dico di aspettarmi la rapidità di un “Oculus Reparo” che schizza da una bacchetta magica, ma una cosa del genere. Invece: Torni tra un’oretta. Così lascio i miei occhiali assieme al mio cognome e ritorno in piazza Pichi in un altro crescendo potteriano (il Maimone sempre lassù che mi vede passare, figurarsi). In piazza avviene qualcosa, ma io sto lì che tento di continuo di mettere a fuoco cosa e alla lunga mi sto innervosendo. Vengo intercettato (perché io ormai sembro Mr. Magoo) da Erika (parrucca rosa da Ninfadora Tonks) che finalmente esaudisce una mia richiesta: il testo della poesia di Efis Collu che hanno letto durante il percorso letterario. Prendo in mano il foglio tutto contento e mi ricordo che non conosco la lingua sarda e men che mai questa variante del sardo campidanese.
La poesia si intitola Terra arroccada e il testo come mi appare è questo nella foto.

A quel punto chiedo lumi alla gente del posto: prima a Valeria, che è accanto a me, e poi si aggiunge Silvia e poi Giorgia e poi Edoardo (che ringrazio tutti) e, senza volerlo, trasformo quella semplice richiesta in un accanito workshop di traduzione, proprio nel giorno che sarebbe stato dedicato a Ilide Carmignani. I ragazzi partono spediti, ma alcune parole o sequenze di parole sfuggono loro e allora si consultano e io sono sempre lì a cercare di metterli a fuoco e pronto ad annotare sul taccuino le parole in italiano che via via sgranano. Poi guardo l’orologio, lascio i ragazzi alle prese con le trappole del poeta e ritorno all’ottica in un andante potteriano. Ritiro i miei occhiali e il negoziante gentilissimo quando gli chiedo quanto devo mi risponde che va bene così (si ringrazia VisionOttica Rocchi, corso Giacomo Matteotti n.13, Iglesias). Esco dall’ottica, fendo una ridda di bambini con i fulmini disegnati col pennarello sulle fronti, mentre gli altoparlanti riversano un allegro ma non troppo potteriano, e dopo essere tornato alla vista torno anche in piazza Pichi dove trovo i miei traduttori che si scambiano opinioni su una parola che non sanno bene da che parte afferrare. A quel punto ho la migliore idea di tutti i giorni della Fiera: rivolgerci al signor Gianni, il proprietario della libreria Duomo là vicino. Ha una certa età, si occupa di libri e infatti ci rivela che conosceva di persona Efis Collu e, mentre indossa la tunica nera svolazzante che è l’uniforme di Hogwarts, dà un notevole contributo ai miei aiutanti nel colmare i vuoti di significato del testo. Felici e soddisfatti otteniamo una traduzione in italiano di questa Terra corrosa che parla appunto delle miniere e di cosa significava per i sardi lavorare nelle miniere e di cosa significa chiudere quelle miniere che restano comunque terra devastata ma la loro terra devastata:
Con la chiusura delle miniere
i villaggi accanto si sono gelati.
(…)
Ma tu non lo senti, o Ughetto,
il passare delle ore che ancora suonano
il flauto nei polmoni?
E come gela entrando dritto nelle costole
il vento addosso all’ultima scorta
che non uscirà fuori sudata?
O Mario!
Quella discarica rossa è un libro
che racconta quanto sudore versato di continuo (letteralmente: acino d’uva dopo acino d’uva)
scavando fuori dal cuore
del monte caricato nei vagoni.
(…)
Ma porta la chitarra, o Paolino!
Questa terra corrosa è la nostra!
Terra stanca di essere venduta, aperta e sfruttata.
Andiamo a svegliare la miniera assonnata!
Attacca canzoni toccanti, per far tornare
un po’ di allegria nelle nostre anime.
Per trenta miniere chiuse,
quattro piante di corbezzolo in elemosina ci hanno lasciato.
3.4 Destini peggiori di Argo
Una storia, questa volta vera, che riguarda la vita di Efis Collu è quella del suo cane, come mi racconta il signor Gianni: la bestia stava sul balcone di casa, vede di sotto il padrone e pur di essere subito da lui e fargli le feste si lancia dal balcone e purtroppo muore ai suoi piedi. Poi Efis gli ha dedicato una poesia. Molto, molto bella, mi assicura il signor Gianni.
3.5 A proposito di presentazioni fallimentari (un’altra)
Un’altra presentazione che mi hanno raccontato in quei giorni, stavolta mentre il vento si fumava metà della mia sigaretta di trinciato.
“L’autore prende la macchina e si fa duecento chilometri per andare a presentare in una libreria di catena. All’arrivo trova il libraio, il moderatore e soltanto un avventore che è comunque lì non per la presentazione. Allora il moderatore dà un’occhiata all’orologio e dice all’autore: Facciamo così, aspettiamo ancora una mezz’oretta e intanto ci andiamo a prendere qualcosa da bere al bar qui di fronte, così diamo il tempo di arrivare a qualcun altro. Fanno così. Al ritorno dal bar, allo scoccare dei trenta minuti, non c’è neppure l’avventore di prima”.
4. Quarto giorno: 25 aprile (con sobrietà)
Arrivati all’ultimo giorno, credo sia giunto il momento di parlarvi di quello che ho ribattezzato l’Uomo degli Appunti, un uomo in carne e ossa ma che sembra scappato dalle pagine della scrittrice Fred Vargas. Lo avevo notato e apprezzato anche due anni prima e quindi mi si è riempito il cuore quando l’ho rivisto (era giorno: avevo gli occhiali da sole) in grande spolvero. Anche perché l’anno scorso non si è fatto vedere, mi informano quelli di ArgoNautilus. Non c’ero anch’io, mi scappa. E questo cosa c’entra, mi chiedono. Niente, rispondo, e poi mi taccio.
L’Uomo degli Appunti è un tizio di mezz’età (a dirla tutta, di un’età indefinibile) che arriva, si siede, posa per terra un sacchetto che porta sempre con sé, ascolta apparentemente distratto la presentazione o il dibattito, prende furiosamente appunti su dei fogli stropicciati (nel caso in oggetto, sul retro dei fogli di un calendario), riafferra il sacchetto, si alza e se ne va, per poi ricomparire al prossimo evento in programma della Fiera (e non sono pochi). Si gratta la barba, non dice una parola, non saluta nessuno.
L’aspetto inquietante è che quest’anno anch’io mi siedo e prendo appunti di quello che vedo (poco; gran parte della Fiera per me ha assunto le sembianze di un podcast) o sento e a questo punto comincio a fantasticare. Che i fisici del futuro siano giunti finalmente a una Teoria del tutto che ha reso possibile i viaggi nel tempo? L’Uomo degli Appunti sono io del futuro? E perché sto tornando? Le solite domande oziose, corroborate da generose dosi di birra Ichnusa non filtrata e spritz col Cynar, che mi affretto a ricacciare nello sgabuzzino mentale dove tengo gli avvistamenti degli UFO, gli effetti Mandela e le sincronicità junghiane. Ma l’Uomo degli Appunti adesso mi sta fissando, grattandosi la barba. Io prendo questo appunto sul mio taccuino, lui scrive veloce qualcosa sul suo foglio maltrattato.

4.1 I bambini col grembiule pulito
Marco Belli, insegnante e scrittore ferrarese ma anche direttore artistico di un festival sull’Isola d’Elba, fa una cosa che mi piace parecchio. Nel bel mezzo di un incontro in piazza Pichi sulla realtà dei festival letterari sparsi per la penisola (concetto chiave: collaborazione, non rivalità), legge cosa ha scritto su una porta del carcere di Udine un partigiano, prima di essere impiccato, nel 1944: “Non temo di essere dimenticato. Temo di essere un giorno commemorato da un oratore ufficiale, che parla di noi leggendo un discorso scritto da un altro. Intorno le autorità, i bambini col grembiule pulito, i carabinieri sull’attenti”.
4.2 Un capitoletto per dire che ho cassato delle parti, ma in realtà un po’ ne parlo
Eventi che per snellire il reportage ho cassato: la presentazione del nuovo libro di Massimo Carlotto (anche lui, dal vivo, mi sembra un orso e mi domando se sia il physique du rôle necessario per scrivere gialli o noir); un laboratorio di stampa tipografica per i bambini (ero da solo, indossavo degli occhiali da sole al chiuso, osservavo in silenzio dei bambini prendendo appunti su un taccuino ed è un mondo sospettoso: mi è sembrato prudente a un certo punto lasciar perdere, nonostante il dovere del reportage); un viaggio in macchina con la Twingo bianca di Eleonora (l’hanno avuta in prestito tanti scrittori, a quanto pare, ma secondo me nessuno di loro ha avuto l’immenso piacere di avere accanto un guidatore – del quale non faccio il nome – che si è ostinato per tutto il tempo a non indossare la cintura di sicurezza contribuendo alla perforazione dei miei timpani per via della spia sonora della macchina); andare a vedere il balcone dal quale si è lanciato l’amorevole (o dipendente affettivo?) cane di Efis Collu; il concerto in un’affollatissima piazza Quintino Sella della PFM (hanno suonato anche pezzi di De André) e una stanza piena di foto e di libri che celebrano i dieci anni della Fiera (per capire a cosa servano manifestazioni del genere bastava vedere la bellezza dei momenti catturati in quelle foto).
4.3 E poi?
Come finisce questo reportage dalla Fiera del libro di Iglesias? Con una bella giornata di sole, attraversando in macchina la terra corrosa e le aree industriali dismesse, che tanta materia hanno dato ai poeti di qui, fino ad arrivare a una vasta spiaggia bianca col mare blu che la bagna inesorabile. E arrivandoci non da solo, ma in compagnia di vecchi e nuovi compari. Il senso della Fiera. Il sale della vita.
