Marinai di collina – La Spiaggia, Cesare Pavese

di Livio Milanesio


Mi è sempre parso strano che sull’orlo estremo di una costa, fra terra e mare, crescano piante e fiori e scorra acqua buona da bere.

Noi siamo una forma bizzarra di navigatori. Sul nostro mare, morto da più di sei milioni di anni, navighiamo sulle grandi onde di marna, arenaria e calcare che sono le nostre colline. Ogni giorno e in ogni direzione affrontiamo le onde gigantesche che salgono, scendono, si gonfiano, si arricciano, franano e qualche volta precipitano. Sulla cima di alcune di queste galleggiano isole, a volte abitate da una sola famiglia, più spesso formicolanti di tetti e campanili. Sotto la superficie si trovano pesci e conchiglie ma sono preistorici. Difficili da trovare, facilissimi da prendere. Noi non siamo pescatori. Eppure navighiamo su rotte sterrate che d’estate alzano una polvere gialla. E quando incontriamo il mare vero, quello di acqua, preferiamo fermarci.

Nel tempo in cui Hemingway romanza la guerra di Spagna in Per chi suona la campana e Wright scrive il romanzo antirazzista Paura e Koestler fa i conti con lo stalinismo con il Buio a mezzogiorno e McCullers offusca il scintillante sogno americano con il Cuore è un cacciatore solitario, Cesare Pavese scrive un romanzo piccolino. Un racconto quasi immobile, come se l’arrivo su una spiaggia della Riviera Ligure – la finis terrae per noi cresciuti sulle colline – avesse ammutolito il protagonista. Il romanzo è La Spiaggia. Qualche anno prima Pavese aveva tradotto Moby Dick ma le centinaia di pagine sulle onde dell’oceano non lo avevano abituato al mare. Noi, il nostro mare ce l’abbiamo morto e questo ci basta.

La più grande avventura, per noi bambini cresciuti sulle colline, è salpare sulla Fiat Seicento lungo la rotta che scende a sud. All’inizio il nostro mare è piatto, calmo. Poi, dove le montagne si alzano per difenderci dal mare d’acqua, il tempo cambia. Le nuvole si impigliano sulle cime e scaricano una nebbia sottile, una pioggia minuta, ogni giorno dell’anno. E cominciano le onde. La Seicento sale sulle montagne, beccheggia, scarroccia,
imbarda e rolla. Ed è subito mal di mare. Cosa sarebbero stati Achab, Lord Jim e Horatio Nelson se avessero sofferto il mal di mare quanto me? Neppure il fiotto acido e amaro del vomito, tra Carcare e Altare, riesce a dare un po’ di sollievo. E poi si scende.

Il mare idrico è preannunciato dall’apparizione di due enormi gambe, infilate in calze a strisce bianche e rosse che spuntano dal terreno: le ciminiere della centrale di Vado Ligure. Tra le gambe ecco la larga, piatta, indifferente pianura marina. Blu e bianca di gibigianna. Una mezz’ora ancora e si raggiunge la spiaggia. E ci fermiamo. Per noi la spiaggia non è l’inizio del mare, è il limite ultimo della nostra navigazione terrena. E sulla spiaggia la vita è diversa, non vera, come quella dei marinai costretti a terra.

Io dissi che insomma a tutta quell’acqua non ci credevo e che il mare aveva l’effetto di farmi vivere sotto una campana di vetro.

Il nostro è un mare morto da milioni di anni. Ma pur sempre un mare. Vi basta salire alla terrazza di San Pietro, sulla torre di Barbaresco o di Serralunga per guardare l’oceano delle colline. Provate ad immaginarle di quel colore cupo che prende il mare in tempesta e sentirete un brivido lungo la schiena. Se ancora non vi basta, chiedete a Pavese e subito vi reciterà una delle sue poesie più belle, quella che si chiama Gente spaesata:

Il suo vino è così. Si contempla, guardando il bicchiere,
a innalzare colline di verde sul piano del mare.
Le colline mi vanno, e lo lascio parlare del mare
perché è un’acqua ben chiara, che mostra persino le pietre.


E ditemi che questo non è navigare.


LIVIO MILANESIO è uno scrittore torinese, classe 1966. In gioventù è stato autore e regista teatrale, per poi attraversare il cinema d’animazione e approdare allo storytelling digitale per grandi aziende. Ha insegnato narrazione all’Istituto Europeo di Design e linguaggi digitali alla Scuola Holden. La sua ricerca si muove tra parola scritta, immaginario visivo e forme contemporanee del racconto.