di Giacomo Pitzalis
All’interno di quella dimensione perturbante che è la letteratura dell’orrore, il tema della navigazione ha sempre generato grandi opere e profondi incubi.
Basti pensare a Edgar Allan Poe e al “Manoscritto trovato in una bottiglia”, a William Hope Hodgson e alla sua intera produzione legata agli abissi più neri, reali e interiori, oltre, ca va sans dire, al “Solitario di Providence”, H. P. Lovecraft, per cui ogni viaggio via mare rivela una realtà cruda e incompatibile con la ragione umana.
La verità si manifesta come orrore, come impossibilità di essere capita e accettata.
Ma anche la sua ricerca non è da meno…

Temi, questi, echeggianti anche nell’immenso capolavoro della Divina Commedia. Nel Canto XXVI, infatti, Dante presenta al lettore le figure di Diomede e Ulisse, scrivendo alcuni dei passaggi più famosi dell’opera. Tramite loro, e in particolare Ulisse, il Sommo Poeta affronta il tema della conoscenza come unica chiave per comprendere il mondo. L’Odisseo “alternativo”, condannato alle fiamme insieme agli altri consiglieri fraudolenti, non è tornato a Itaca, non ha riabbracciato Penelope né ha goduto della compagnia di Telemaco.
Perché?
Dante dà la sua risposta, tratteggiando un uomo votato alla ricerca del sapere.
Un uomo che insieme al piccolo manipolo di amici superstiti all’Odissea, si è diretto verso acque mai esplorate da alcun essere umano. L’Io più profondo di Ulisse lo eleva, spingendolo e motivandolo ad abbandonare la meschina possibilità di essere bruto, perseguendo la virtù della conoscenza e del sapere.
Ma se invece Ulisse avesse soltanto preso coscienza che ogni momento della sua vita, sino a quel momento, non fosse altro che un insieme di bugie e illusioni?
Servire un Re, sottostare al volere di dei capricciosi e volubili, costruire una vita, un matrimonio e dare seguito a una stirpe. Se tutto questo insieme di meccanismi non fosse altro che un ammasso di pedine in quella scacchiera senza alcun significato che è la vita?
Ulisse forse percepisce qualcosa che gli altri non vedono o non vogliono vedere, qualcosa di oscuro che potrebbe farlo impazzire o perire nel tentativo di comprenderlo. E qua, proprio nella sua navigazione verso la verità, Dante lo punisce. Tramite la sua penna, il poeta lo rende simbolo dell’hybris umana, repressa da Dio stesso.
Il suo voler squarciare il velo di Maya va schiantato senza pietà, allo stesso modo di quando l’umanità fu condannata a seguito del peccato di Eva, anch’essa rea di voler sapere, al di là del bene e del male.
La ricerca della verità è quindi condannata, censurata e soggetta alle repressioni più grandi.
Orrorifera non è tanto la figura dell’eroe di Troia che sfida Dio, ma che il suo agire subisca una sanzione tanto abnorme e spropositata.
Il Canto XXVI della Commedia fa emergere proprio questo: la navigazione non è soltanto un atto fisico e reale, ma qualcosa che va oltre. Qualcosa di metafisico. Ci spinge a comprendere oltre ciò che i sensi riescono a decodificare, rischiando infine di scoprire che il mondo non è fatto per essere compreso. Come accade nella letteratura dell’orrore, anche per Dante il mare non rappresenta una salvezza, quanto una possibilità di rivelazione. Ulisse non viene punito perché osa troppo, ma perché osa capire e scoperchia l’illusorietà dell’ordine e del senso. Il viaggio verso la verità non è innocuo: può corrodere e annichilire chi lo intraprende. Non è solo ciò che si scopre a poter essere intollerabile: anche l’atto stesso del cercare è capace di distruggere l’uomo, prima ancora di concedergli una risposta.
Forse è questo il vero orrore insito nel viaggio di Ulisse: non la ricompensa oltre il nero orizzonte, ma il prezzo umano di volerla raggiungere a tutti i costi.
Giacomo Pitzalis (1992), nato a Guasila ma da anni residente a Torino, è scrittore, sceneggiatore di fumetti e giornalista pubblicista.
Ha studiato fumetto al Centro Internazionale del Fumetto di Cagliari (2014-2015). Tra i vincitori del concorso “A caccia di storie” (2018) organizzata da Lucca Comics & Games in collaborazione con Fondazione Nazionale Carlo Collodi e Book on a Tree, ha collaborato al libro illustrato “Cagliari 1970 – Tracce oltre la Leggenda” (2020) per Catartica Edizioni. Nel 2023-2024 pubblica con Leviathan Labs su 5 numeri della testata antologica horror a fumetti “Giallo”, oltre a collaborare, sempre realizzando fumetti, con la rivista “Erbafoglio”.
Dal 2025 scrive vignette per la rivista mensile di videogame Switch and Chill.
Nello stesso anno, per la sezione “Fumetto”, vince la XIX edizione del “Premio Letterario A. Gramsci”.
Daniele Serra è un illustratore italiano. Tre volte vincitore del British Fantasy Award come “Best Artist” (2012, 2017 e 2021) e finalista al World Fantasy Award 2021, ha realizzato cover, illustrazioni interne e adattamenti a fumetti per autori del calibro di Stephen King, Clive Barker, Ramsey Campbell, Joe R. Lansdale e Joyce Carol Oates.
Le sue principali influenze e ispirazioni provengono dalla narrativa weird e horror di H. P. Lovecraft e William H. Hodgson, dai film di Ridley Scott, dagli horror giapponesi e dalle opere di Clive Barker.
www.danieleserra.it